Essendo mezzanotte e 20 minuti è ufficialmente Lunedì 4 Aprile, ovvero il giorno del mio esame di guida.

Per chiunque non lo sapesse io attiro le disgrazie. Sono la più alta espressione della legge di Murphy moltiplicata per il numero di Avogadro (sottratta l’età della nonna che altrimenti non funziona)
Tocco livelli inimmaginabili a tal punto che affermare di avere la sfiga addosso sarebbe riduttivo..io ce l’ho direttamente dentro. Secondo me, e lo posso affermare con abbastanza certezza , quando mi giro le donne fanno le corna e gli uomini si toccano i gioielli perchè nessuno è superstizioso (roba da idioti) ma non si sa mai. E tanto una ravanatina non costa nulla.

Ecco, questa premessa perchè voglio raccontare del fatto di sfiga avvenuto il giorno del mio esame teorico di guida, il primo dicembre 2010.
(se qualcuno commenta il lasso di tempo tra i due esami può considerarsi già deceduto..ho avuto le mie cose daffare occhei?!)

[Racconto con la speranza di esorcizzare la sfiga di quest’altro esame]

Il giorno prima dell’esame vengo a sapere che avrei dovuto farmi trovare dall’altra parte di Ces*no (privacy giusto per…) all’una e un quarto.
E io come ci arrivo? La mia genitrice doveva lavorare, la macchina di mio padre era fuori uso e al tempo mia sorella non aveva nè una macchina nè la voglia (beh quella non ce l’ha neanche ora) per potermi accompagnare.
Dopo aver cercato di vedere se qualche autobus, e non uso il plurale a caso, poteva portarmi almeno nelle vicinanze, mi decido a chiamare l’istruttore che teneva il corso, l’Enrico.
Lo chiamo dicendo “non è che per caso avete un gruppo che parte da qua, che altrimenti non ci so arrivare e poi mi avete avvertito ieri neanche dandomi il tempo per organizzarmi ma solo per imprecare con un camionista slavo?”
E lui “no.” Poi impietosito dalla mia situazione di bambina lasciata a sè stessa aggiunge “però se ti fai trovare qua per mezzogiorno quando mia mamma chiude l’autoscuola ti accompagna lei”
in quel momento un’espressione gioiosa si dipinse sul mio viso e io credetti davvero che le cose sarebbero andate bene e che le persone in realtà sono buone, sorrisi alla vita e mi misi a fare quiz online per le tre ore successive ascoltando per la prima volta, me lo ricordo ancora, l’album Jeremy Messersmith (di cui però mi colpì solo la canzone A girl, a boy and a graveyard).

Dato che mi facevano un favore ad accompagnarmi fin là decisi di porre fine al mio calvario di ansia (si è un po’ il mio problema) e mi recai in autoscuola alle undici e quaratacinque.
Cioè, con ben quindici minuti di anticipo. (uomini in età da marito, segnatevelo).
Quando arrivai immaginate la mia sorpresa e il mio panico nel trovare la cler abbassata e nessuna macchina dell’autoscuola parcheggiata nelle vicinanze.
Vecchiaccia di merda, dove sei? Perchè mi hai fatto questo?
Non sono solo le parole che pensai ma anche che pronunciai a gran voce in quella giornata di neve. Anzi, nemmeno nevicava, veniva giù quel misto di nevischio e acqua che appena la pesti per terra il risultato è un poltiglia orribile alla vista. Quindi con il mio ombrellino color puffo che mi aveva messo di buon umore, mi ritrovai a piangere sul marciapiede.
Giuro, pinagere sul serio. Però quel genere di pianto nervoso, con molti versacci e poche lacrime, tanto che nessuno, nemmeno le vecchine con fare tanto materno, non ha osato avvicinarmi per offrimi un fazzoletto. Uno ha addirittura cambiato lato della strada…mi piace pensare che doveva svoltare o chessò aveva parcheggiato proprio da quel lato.
Cooomunque, tra la sofferenza decido di richiamare l’Enrico per chiedergli dove era la sua mammina e continuare a ripermi che usare dei brutti epiteti per quella vecchina sarebbe stato controproducente. Ovviamente il numero non l’avevo con me nella borsa, ma mi ricordai di averlo lasciato sulla scrivania solo dopo aver ravanato  in quella caverna popolata da pipistrelli sanguinari per 20 minuti buoni.

Decido di chiamare il mio papà che dormiva.  Aveva fatto il turno di notte e l’esperienza mi ha insegnato parlarci da sveglio equivaleva a rischiare la morte, svegliarlo direttamente la consideravo una missione suicida. Ma non avevo altra scelta. Chiamo a casa, squilla 7 volte a vuoto (le ho contate)
Cazzo sei, morto?!
Poi risponde, gli spiego la situazione in due secondi e chiedo umilmente perdòno. Fortunatamente era abbastanza rincoglionito e mi dice che non era un problema e che era felice di aiutare. Ritirate i vostri aww perchè era davvero rincoglionito, quando gli ho detto che il numero era in camera mia lui mi ha risposto “Quale?” e già lì…mi ci è voluta una settimana per condurlo al lato giusto della scrivania ma infine l’ha trovato e ha iniziato a dettarmelo.

Ovviamente io dentro il mio vortice di buco nero non avevo carta e penna e quindi mi ritrovai accovacciata sul marciapiede a scrivere sulla neve. Nel togliere la mia manina dal guanto (non potevo rovinare i guanti, non erano miei e non conoscete mia sorella) ho seriamente temuto di poter perdere il dito. Era l’indice destro, per giunta!
Riesco a chiamare l’Enrico e lui risponde come se gli avessi detto “guarda che alla fine non c’ha messo il limone nell’insalata” lui risponde “Si sarà dimenticata!” Cioè cosa?!?! Io ti sto chiamando in lacrime e tu tagli corto così?!
Mi liquida con “ti faccio arrivare qualcuno” e mi attacca il telefono senza salutare neanche fossimo in America.
Dopo 14 minuti al freddo e al gelo arriva questa macchina di scuola guida dove un certo Renato insegnava ad un certo Alessandro che per cambiare marcia bisogna tenere schiacciata la frizione. Ah be, andiamo bene.
Il renatone era pure un inguaribile buontempone (l’avrei strangolato) che una volta saputo che faccio la ragioneria mi ha chiesto “sai cos’è il TAEG?”
Invece di rispondergli “certo che lo so, idiota, è il tasso annuo effettivo globlale! L’ho studiato eh, non come te che forse lo sai da un quiz di Amadeus” mi uscì un “non lo so” confusionario. Quello ha mormorato qualcosa simile a “inizia a passare questo esame e poi per la maturità impegniati eh?!” e lì ho seriamente voluto concretizzare la paura di tutti della gente sul sedile posteriore che potrebbe strangolarti in qualunque momento e con qualunque mezzo di fortuna.

Fatto sta che sono arrivata destinazione e da lì le cose sono andate, tanto che mi hanno promossa, e lo so, io lo so anche se non me l’hanno detto, con zero errori.

Ho ricontrollato sul libro quelle sparate a caso, ecco come lo so.

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