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Aggiornare il mio calendario è una cosa che proprio mi piace tanto.
Specialmente se posso usare un sacco di colori.

Quindi, come primo Giovedì Giada di marzo, ripercorriamo il mio Febbraio!
Dai! Su! Entusiamo!!!

2 Febbraio – Ho dato la seconda parte di Scienze delle Finanze, esame con un coefficiente di panico piuttosto basso, per lo più scritto, che sono riuscita a fare direi bene e di cui sono felice quindi yay!
La sera stessa sono andata a fare la bigliettaia alla partita di basket
Cantù – Maccabi. Bigliettare è una cosa che faccio già da qualche mese e in genere è un lavoro molto noioso perché si è venuto tutto in prevendita e non c’è niente da fare ma questa è stata la serata più divertente di tutte dato che c’era un sacco di gente che parlava soltanto ebraico e capirsi era un’impresa! Inoltre il capo della sicurezza del Maccabi era scemissimo! Ha tamponato con una cinquecento a noleggio il pullman su cui viaggiava la squadra facendo un botto della miseria e disseminando il terrore tra i giocatori che pensavano di essere vittime di un attentato. Hilarious!

Segue uno sbilenco conto alla rovescia

15 Febbraio – Eccolo, l’evento nero, il neo sul mio bel febbraio allegro.
L’esame dal coefficiente di panico più alto del mondo di cui ho tristemente dovuto rifiutare il voto…perché sì.
Ci sono due reazioni a questo: 1) che ambiziosa! 2) che menosa!
Non penso di essere nessuna delle due: sono semplicemente rimasta delusa dalla mia incapacità di esporre per bene le cose che in fondo sapevo e dato che io la parlata ce l’ho mi è girato tantissimo e ho preso la decisione che ho preso.
Ci vediamo il 2 maggio, Privato e se riesci, vedi di morire prima di quella data.

20 Febbraio – ultimo esame del semestre dal coefficiente di ansia medio, diminuito dal fatto che avevo alle spalle il bel voto del parziale.
Peccato solo che in lista fossi la 176esima, il che mi ha portato ad aspettare per tre ore e mezza un esame che è poi durato meno di cinque minuti e in cui non ho nemmeno potuto dire l’espressione più bella che il libro contenesse.
Ditemi voi se Interdictum de Superficiebus non sa troppo di magia nera!

24 Febbraio – Serata con i miei vecchi compagni di scuola!
Molti si potrebbero chiedere “perché?” ma la risposta è presto detta: stranamente siamo sempre andati un sacco d’accordo e quindi anche se sono passati solo sei mesi avevamo troppa voglia di rivederci!
Certo, alcune tensioni c’erano: tra gente che stava insieme e si è lasciata e gente che stava insieme di nascosto (per dirla in bel modo) e adesso non più. Ci si è comportati in perfetto stile Wisteria Lane: fai finta di niente e raccontami del tuo nuovo lavoro OMG!
Per una che non ha mai avuto problemi con nessuno e tanto meno scottanti segreti da nascondere, è stata una bella serata.

25 Febbraio – EVENTO RE DEL FEBBRAIO, ANZI DELLA STAGIONE!!!
Non sto esagerando, avere la possibilità di passare una giornata con due dei Rangers è stata tra le migliori cose di sempre. Peccato solo per quello sstupido carnevale ambrosiano che inizia dopo e che dissemina Milano di bambini armati di coriandoli e stelle filanti. (scherzo, i coriandoli sono carini)
L’anno prossimo tornerò con le mie bolle di sapone e vedremo (scherzo, col cazzo che ci ritorno!). Ci sarebbero così tante cose da scrivere a riguardo che non ne scrivo nessuna e mi limito a dire che una Power Reunion è da ripetere asap e basta.

26 Febbraio – Segno questo evento sul calendario solo perché ogni anno mi riprometto di guardare tutti i film candidati come Best Picture prima della cerimonia e puntualmente non ci riesco mai. Nemmeno quest’anno come possiamo vedere dall’allegato # 2, il post-it giallo.

28 Febbraio – Riprendono le lezioni. Questo semestre ho quattro corsi: diritto costituzionale, storia del diritto medievale e moderno, filosofia del diritto e diritto privato modulo B.
Proprio oggi è venuta ad inaugurare il corso di Costituzionale quella che avrebbe dovuto tenerlo se non fosse stata nominata giudice della Corte Costituzionale! Che bella cosa! *occhi a cuore*

Questo il mio febbraio, spero in un Marzo in salita con lo spirito che hanno i salmoni nel risalire la corrente. Starò attenta agli orsi, lo giuro.

Allegato #1 – Una delle mie frasi preferite che proviene da una canzone dei già innumerevolmente citati Noah and the Whale.
L’ho scritta sul post-it verde un sacco di tempo fa e continuo a staccarlo e attaccarlo man mano che passano i mesi perché rappresenta proprio un concetto che adoro: il desiderio di essere presi per mano non fa di noi persone deboli o fragili.

Allegato #3 – Memo di un concerto a cui vorrei andare ma ancora non lo so.
Viene a suonare a Milano Tyler Ward (uno youtuber americano che seguo da almeno un anno e mezzo, da quando ha pubblicato la cover di Slow Dancing in a Burning Room)

Update dell’ultima ora: data la diversa struttura della mia settimana, questo semestre la giornata coda-di-cavallo verrà spostata da mercoledì al giovedì.
Come aggiungere del fantastico al fantastico.

Comprendo il disappunto generale; sembrano passati mesi dall’annuncio della seconda posizione. Però i tappeti elastici e i trampolini che ho fatto installare negli angoli vi sono serviti a passare il tempo, sì? Bene.

Adesso basta saltare, ricomponiamoci, rimettiamo la camicia dentro i pantaloni e aggiustiamoci il rossetto perché il momento è finalmente giunto!
Non ho intenzione di tenere un lungo e finto discorso su quanto sia stato difficile scegliere la prima posizione e su quanto abbia sofferto nel dover premiare uno invece di un altro anche se sono stati tutti bravi, no.
La verità è che soltanto un evento merita questa posizione.
Ancora una volta non mi dilungo troppo nella presentazione perché avete già aspettato abbastanza e poi devo ammettere che è difficile trovare le parole giuste. Sapete, quando un evento è così atteso si teme di non riuscire a fargli giustizia e tutto ciò che viene in mente sembra.. come dire? Inadeguato.
Però non bisogna farsi prendere dalla negatività, come disse un saggio: “il mondo deve sapere, questa storia è talmente importante che sarà tramandata di generazione in generazione”
E noi siamo qui proprio per questo. Senza ulteriori indugi vi presento:

~ Fire Cannot Kill a Cat ~

 

 – Questa è la Nika. È nata quindici anni fa nelle ridenti lande della Basilicata da madre di razza persiana e dal primo bastardo che passava. Ci è stata gentilmente donata e da allora riveste un ruolo fondamentale nella vita di tutti noi.
Naturalmente abbiamo dovuto cambiare tante delle nostre abitudini una volta entrata a far parte della famiglia, come la divisione dei letti, i turni di apertura del portone per farLa uscire in giardino e ovviamente l’organizzazione delle vacanze estive.
Un’estate abbiamo trovato una pensione per animali carinissima gestita dal nostro veterinario dove L’abbiamo lasciata per un paio di settimane mentre noi eravamo via. Si è trovata bene e non si è ammalata ma, inutile dirlo, Le siamo mancati un sacco.

Siamo andati a prenderLa il giorno stesso del nostro ritorno, il giorno in cui era anche venuto a casa un numero imprecisato di parenti e amici per vedere foto e scambiarsi aneddoti. Ci eravamo disposti in soggiorno e la Nika andava un po’ da tutti per prendersi le attenzioni e le coccole che non aveva ricevuto nella pensione.
Poi restò ad ascoltarci, seduta composta come solo Lei sa fare.
E fu in quel momento che qualcuno notò qualcosa di curioso e disse:
“Guardateci! Siamo tutti in cerchio e Nika è al centro!”
Al che qualcun altro rispose “È vero, sembriamo intorno ad un falò!”

Non lo avesse mai detto.

A queste parole qualcosa scattò nel cervello di mio padre e spinto dal suo famigerato umorismo che non fa ridere prese un accendino e mimò l’atto di darle fuoco. Solo che la fiamma si era accesa davvero e la Nika era viva e quindi scodinzolante…finì che la coda della bestia prese fuoco.
La Nika però non sentì dolore, non per le fiamme almeno, cominciò a sentirlo quando mio padre iniziò a prenderLa a schiaffoni sulla coda per spegnere l’incendio. Il tutto durò meno di dieci secondi ma ridemmo per una giornata e quel giorno abbiamo finalmente capito perché ce l’avevano regalata…altro che pelliccia vera, da come bruciava, si vedeva che è tutta poliestere. –

Con questo la premiazione è davvero finita, spero sia stata una piacevole serata e ringrazio tutti per essere venuti. Difficile trovare parole di congedo e quindi vi lascio con un piccolo bonus, come scusa per avervi fatto tanto aspettare.
Questo video risale a quando facevo ginnastica artistica da bambina, avevo all’incirca otto anni e la palestra che frequentavo organizzava un saggio ogni maggio per far vedere ai genitori i progressi fatti (nel mio caso nessuno ma fa niente). Non ho intenzione di darvi delle direttive per riconoscermi in quanto siamo tutte vestite da pantere rosa che ballano su WannaBe delle Spice Girls. Probabilmente mi riconoscerete comunque ma mi piace pensare di aver mantenuto un minimo di dignità.

Da quello che vedo avete tutti apprezzato l’abbeveratoio, cosa che mi fa molto piacere; adesso però vi devo richiedere l’attenzione per l’annuncio della seconda posizione degli eventi della vita.
Direi di non perderci troppo in presentazioni, dato che la vicenda è abbastanza lunga e ricca di avvenimenti.
Senza alcun indugio, che parta la clip “L’acquario degli orrori“.

“Un tempo, una famiglia normale decise di permettere alle bambine di casa di avere un acquario anche se nessuno avrebbe mai potuto prevedere le terribili e sanguinose vicende che si sarebbero succedute.

Tutto iniziò con l’acquisto di due anfore carinissime, una bassa e molto aperta, l’altra stretta stretta e lunga che vennero posizionate di sbieco dentro i sassolini colorati del fondale. I primi inquilini furono tre pesci rossi: uno era un pesce rosso tradizionale chiamato, me lo ricordo ancora, Napoleone, uno rosso ma con qualche macchiolina bianca e l’altro rosso con sfumature nere i cui nomi sono purtroppo ignoti. Per comodità chiameremo questo primo gruppo La Cricca.
La Cricca visse felice e serena finché il problema della pulizia non si fece sentire e, nel timore di un’ispezione dell’ufficio di igiene, venne assunto uno speciale operatore ecologico: il pesce pulitore Sushi.
Sushi iniziò diligentemente a fare il suo lavoro ma si sentiva nell’acqua che qualcosa non andava bene…Sushi venne trovato morto nell’anfora lunga e stretta due giorni dopo il suo arrivo, ci si era infilato (gli investigatori suppongono per trovare riparo) e le branchie si erano incollate alle pareti, soffocandolo.
Non si è riuscito nemmeno a rimuovere il cadavere per salvare almeno l’anfora, si dovette buttare via.
Dopo attente indagini la morte venne dichiarata accidentale e il tutto finì lì.
Qualche settimana più tardi venne assunto il sostituto di Sushi (per i già sopra citati problemi di pulizia) e a questo pesce pulitore venne dato il nome di Pescio. Non si sa bene come (mazzette probabilmente) Pescio svolse il suo lavoro in tutta tranquillità, senza che nulla attentasse alla sua vita.
Ma l’equilibrio nell’acquario era ben lungi dal raggiungersi.
Per questioni di sovraffollamento del Centro Giardinaggio locale (che è stato molto divertentemente chiuso per via dei 5000 metri quadrati abusivi su cui era stato costruito, un caso?!) vennero a stabilirsi nell’acquario altri 
due pesci.
Uno era Augusto, dall’aspetto delicato, due occhietti rossi e il corpo dorato (da qui il suo nome)(chi la capisce prende A)(Ste tu non puoi giocare) e l’altro, Zorro, era un’autentica bellezza, di un nero vellutato e con gli occhi talmente sporgenti che se lo guardavi da certe prospettive, sembrava alieno.
La Cricca, sentendosi minacciata, non perse tempo e cercò di eliminare la minaccia. Il primo bersaglio fu Augusto, palesemente il più effeminato, che venne ucciso a morsi già nel corso della sua quarta o quinta notte nell’acquario. Al povero Zorro, giustamente, si rizzarono le pinne e iniziò a trascorrere le giornate accoccolato nell’anfora rimasta mentre di notte cercava di scavarsi la via di fuga con un cucchiaio come aveva visto fare nei film su Alcatraz. Il primo attacco avvenne una mattina: Zorro si risvegliò senza una delle pinne laterali cosa che rese nuotare molto più difficoltoso. Nonostante la lentezza e nonostante dovesse fare almeno una mezza dozzina di giri su se stesso prima di riuscire a raggiungere l’anfora-rifugio, non intendeva arrendersi e lottò duramente per tutto il resto della giornata.
Purtroppo, l’inferiorità numerica si faceva sentire pesantemente. La mattina seguente fu ritrovato, morto, galleggiare sul filo dell’acqua mentre Pescio occultava le prove.
La Cricca (presumono gli investigatori dalle ricostruzioni; dichiarazioni certe non vennero mai rilasciate) gli aveva staccato a morsi tutta la pelle, lasciandolo bianco bianco. Dopo quest’ultimo efferato pescicidio, La Cricca era pronta a farsi una bella dormita e tornare alla vita di tutti i giorni però l’universo era già all’opera…nessuno si risvegliò vivo: morirono tutti insieme di un male inspiegabile (non vennero rilasciati i permessi per le autopsie quindi non lo sapremo mai). Si conclusero così gli orrori nell’acquario e da allora nessuno in quella casa osò più comprare pesci.

La sorte non risparmiò nemmeno Pescio che venne ucciso da uno sbalzo incredibile di temperatura qualche mese più tardi.”

Rabbrividiamo.

Ci scusiamo per i toni cupi e drammatici che sembra avere assunto la serata ma vi prego di non farci troppo caso; la prima posizione sarà così scemissima che vi passerà tutto.
Volevo solo dire un’ultima cosa, prima di lasciarvi alla piñata intrattenitrice (parla!!!) (per lo più vi supplica di lasciarla vivere integra), e volevo dire ad uno degli ospiti: grazie per aver preso così tanto spunto da questa storia, che io pensavo raccontata in confidenza, senza alcun cenno di riconoscimento.
Grazie davvero.
Sì, Ryan Murphy sto parlando con te. E adesso mando uno dei miei a ritirarti il martelletto. Niente piñate per chi ruba le idee altrui.

L’ultimo giovedì in cui ci siamo visti era il lontano 27 ottobre; la mia timida rubrichetta stava per fare un fine tristissima, lentamente abbandonata per scivolare inesorabile verso l’oblio del dimenticatoio.
Però poi è successo un qualcosa, il qualcosa che non si sa come riporta alla memoria vecchie storie e aneddoti che ti eri bellamente dimenticato.
Ho deciso quindi, per farmi perdonare e farvi riemergere l’addiction, di indire un’elegantissima serata di gala in cui verranno premiati i momenti più memorabili della mia vita, casa e famiglia.
Per essere sicura di aver convinto tutti a partecipare (sì tutti voi tre) vi svelo che, come in ogni evento che si rispetti, ci sarà anche il Red Carpet pieno di gnocca che PERÒ verrà organizzato solo a fine serata altrimenti vi distraete e non mi seguite più la premiazione.

Alla quinta posizione troviamo l’evento re del mio quinto compleanno in cui la mia gatta e la cagnetta di mio zio mangiarono la torta dallo stesso piattino (awww…) mentre alla quarta il mio sensazionale debutto da modella avvenuto nella primavera del novantasette nell’esclusivissimo corridoio a casa di nonna. (qualcuno però poteva dirmi che ero tanto brava che dato il talento che mi trovavo non sarei mai andata a studiare).
Ad ogni modo non ci stiamo soffermando più di tanto su queste posizioni in quanto i video testimoni (esatto, esistono dei video) sono già talmente virali che parlarne sarebbe uno spreco di tempo. Mi sembrava solo giusto menzionarli per l’enorme impatto che hanno avuto sulla mia infanzia.

Arriviamo adesso, già così in fretta e furia, al podio: posizione numero tre.
Ecco qui l’oggetto riassuntivo dell’evento ovvero… un mattone.
Cosa vorrà mai significare?
Scopritelo nella seguente clip intitolata “eppur si muovono (i palazzi)

 Ciao, mi chiamo Giada e sono una pippa ad andare bicicletta. 
Semplicemente mi ribalto. 

Chi soffre di più per questo credo sia mio padre, membro fondatore della società ciclistica locale. A sei anni mi ha messo su una bicicletta senza rotelle dicendo “tu pedala che la sella te la tengo io” e per accertarsi che non rifiutassi ha minacciato di togliermi i cartoni animati finché non avessi imparato.
Fatto sta che con la buona volontà che mi contraddistingue (dai pinguini, forse) ho iniziato a pedalare e pedalare finché, quasi magicamente, eccomi là, da sola, in perfetto equilibrio, a divorarmi la strada. Il tutto in un solo giorno.
Come si può prevedere mi presi un sacco bene credendomi la nuova promessa del ciclismo italiano. La mattina dopo mio padre era a lavoro ma io avevo troppa voglia di ritornare in sella che presi la bici da sola, in fondo chi aveva bisogno di quel principiante? Non io di certo!
Andai al cancello da cui entrano le macchine guardando con aria di sfida i cento metri scarsi davanti a me. Partii. 
Superai il primo palazzo, il primo parcheggio, ecco apparire il secondo palazzo mmm strano questa volta non sono proprio al centro della strada potrei toccare i davanzali solo stendendo il braccio, niente di importante non ci pensiamo, passo il secondo parcheggio e
prendo lo spigolo del terzo palazzo in pieno.
(ovviamente questo terzo palazzo contiene il mio appartamento e tutti i vicini erano là a guardare la scena)

Dato che è impossibile che fossi IO quella che andava storto (giammai!) l’unica spiegazione possibile è che il palazzo in questione mi abbia tradito decidendo di muoversi proprio mentre passavo io. 
Mai fidarsi dei palazzi, un po’ come dei cani sui cigli delle strade, e tu non vuoi delle orride cicatrici da ruvido mattone sulle gambe per ricordartelo, no? Fidati, no.

applausi, scroscianti applausi.

Vi chiedo ora di attendere un secondo per le altre posizioni, (potete andarvi a rinfrescare all’abbeveratoio comune dello champagne) nel mondo reale sembrerà più o meno una settimana ma per voi che siete qui sarà solo questione di minuti.
Non vi sareste accorti del salto temporale e quindi avrei potuto non dirvelo ma data la barca di soldi che ho speso per installare questo sistema di dilatazione del tempo volevo fare giusto un po’ la figa.

[ah sì, abbiamo dimenticato i bicchieri, divertitevi tutti all’abbeveratoio e occhio alle testate]

Ritorniamo ai più classici dei Giovedì Giada, di quelli brevi, poche parole e qualche foto (venute pure male) che tanto ci piacciono e tanto ci han fatto innamorare in passato.

Oggi vi mostro due dei miei oggetti preferiti evah.
Dovete sapere che io sono abbastanza patita con il vecchio, scusate, si usa l’elegante termine antiquariato. E se proprio non posso avere qualcosa con qualche anno sulle spalle, posso sempre rimediare con qualcosa che semplicemente sia “vecchio stile”. Inutile dire che i libri usati sono la mia gioia; me ne prendo cura come se fossero randagi spelacchiati che non sono piaciuti abbastanza.

Il mio preferito è questo:

 non tanto per il libro in sé, un romanzetto d’amore e (simil)spionaggio ambientato in Russia e scritto nel 1916 da tre fratelli con lo pseudonimo virilissimo di Delly (va bé, erano francesi, che pretendiamo), ma per due fattori stupendavigliosi. Il primo è che sembra davvero un libro usato, cosa non troppo ovvia dato che tutti gli altri libri usati che ho hanno al massimo una decina d’anni e sembrano semplicemente letti. L’altro fattore, ciò che rende questa cosa vecchia, assolutamente speciale, è la dedica in prima pagina che recita:

” Alla cara e simpatica Maria, perché leggendo continui ad amare tutto ciò che è bello e buono. Giulio Fanny, 16-7-1940 

Come potrei non essere innamorata di un oggetto così? *_*

Tornando, invece, agli oggetti che vecchi non sono ma fanno finta, il secondo di oggi è entrato a far parte della famiglia recentemente.
La scorsa settimana la partenza di Sistah per un weekend lungo a Barcellona ci ha portato un po’ di lagne in meno (magari non l’avevo mai detto, ma lei è la classica donna che si lamenta PER.OGNI.COSA.) e in aggiunta questo ciondolo-orologio che è subito entrato nelle mie grazie (non che nelle mie disponibilità dato che qualcuna aveva il senso di colpa per non avermi regalato nulla al compleanno).

Essendo superluminoso fotografarlo è stato difficilissimo, per non parlare dei pessimi risultati ottenuti. Non contenta però vi mostro anche quest’altra foto

CIOÈ È UN VERO OROLOGIO! Che funziona! Non avete idea di quanto mi senta il bianconiglio quando lo guardo! Poi, per me che non porto l’orologio da polso, e non c’è niente che potrebbe convincermi a farlo, è qualcosa di utilissimo! awww l’amour!
Lo giuro però, in gioventù ho provato a sopportare l’orologio da polso, ma è geneticamente più forte di me! Ai polsi non riesco a portare niente! Presente quei braccialettini colorati che i marocchini a tradimento ti annodano al polso al mare o in centro a Milano? Ecco, io, con tutta la buona volontà, me li strappo di dosso dopo dieci minuti. Però, devo dire, che durante i miei tentativi, mettevo l’orologio sempre sul polso destro. Mi è stato detto che non si fa. Si mette sulla sinistra, non importa con che mano scrivi. Ma è vero?
La faccenda mi perplime.

Inizio col dire che non so cosa dire. E nemmeno da dove iniziare.
Sono tornata da questo concerto poco meno di un’ora fa e ancora non ho ben cominciato a riordinare le idee. Cosa potrei mai scrivere di interessante per voi da leggere?

“Concerto meraviglioso.”
“Live le canzoni rendono ancora di più”
“Ci son cose che solo la musica dal vivo può far provare.”

Cosa avrei detto di nuovo? Queste cose potrebbe dirle anche chiunque che non sia mai stato ad un concerto.  Quello che voglio fare, quindi, è raccontarlo per chi non c’era ma gli sarebbe piaciuto; raccogliere tutti i piccoli dettagli che ora sono così vividi nella mia memoria ma che sono destinati a scomparire nel giro di pochi giorni.

Inanzi tutto la preparazione. Un buon concerto ha bisogno di un certo training.
Ho iniziato, quindi, ad ascoltare (quasi) ossessivamente tutti gli album per essere sicura di sapere bene bene i testi. Il resto sta anche nell’aspetto. Voglio dire, questo locale è molto tranquillo, sull’alternativo, in genere dedito alla musica elettronica. Il modo in cui vestivi, quindi, non è che avesse questa grande importanza, anzi.
Il punto focale della preparazione estetica è far salire l’ansia. Pensare che si stanno indossando i vestiti -per il concerto- , ci si sta lavando i capelli -per il concerto- , ci si sta scegliendo l’eyeliner -per il concerto-. A questo serve, solo per aumentare quell’entusiasmo di andare che già era iniziato a manifestarsi durante il ripasso dei testi.

In programma per me avevo una semplice maglietta bianca ed il mio meraviglioso, stupendo, bellissimo, (mi piace, si capisce?) eyeliner color verde petrolio. Poi arriva mio padre che mi consiglia di mettere uno dei suoi gilet. Anzi, non uno dei suoi tanti, ma IL suo gilet, quello che ha indossato per sposare mia madreh. Mi è sembrato tutto così spiritual che non ho potuto dire di no.
Tra l’altro, escludendo la misura, mi stava anche piuttosto bene.

Ecco, solo con un’altissima carica nervosa addosso (positiva certo) ci si può dirigere al posto. Se per caso durante il tragitto ogni semaforo rosso, senso unico, lavoro in corso  sembrerà la TRAGGGEDIA allora significa che è stato fatto bene il lavoro di preparazione perché quella deve essere la reazione!

Per noi frasi come “ma va, fai il giro che tanto è presto” non esistono.
Nessuna eccezione.

È proprio in questo punto della storia che è successo IL FATTO.
Scendo dalla macchina e mi trovo la band che cammina sul marciapiede. Giuro.
Non avevo idea di cosa fare se non girarmi verso chi mi aveva accompagnata e urlare bisbigliando “Quella è la band!!!!!!!!”. Mi sono rigirata e ho sorriso come un’idiota guardando Charlie Fink, voce e una delle chitarre. Indossava dei pantaloni kaki, camicia azzurra e bretelle. Charlie ricambia il sorriso ed io muoio per la prima delle tante volte nel corso della serata.

Una volta ricomposta ed essermi congratulata con me stessa per aver resistito alla tentazione di correre verso di loro urlando, sono allegramente entrata nel posto; dato che era presto ma non troppo, c’era solo un minuto gruppo di gente ed il cantante, incaricato di aprire la serata, sul palco che già suonava.
Vorrei soffermarmi un attimo su di lui,  Bianco, si faceva chiamare.
Non era malaccio eh, affatto, solo che aveva una tristezza negli occhi. Badate bene, non nei testi, nelle melodie, ma proprio dentro, perché lui sapeva!!!
Sapeva, che nonostante fossimo lì ad applaudire in realtà eravamo tutti interessati solo ai Noah and the Whale. Poi, usando altre parole, l’ha detto pure lui stesso. Triste, triste, triste. Fonderò un’associazione per i diritti degli apritori di concerto, ho deciso.

Finalmente Bianco lascia il palco ed ecco, la terrificante musica di sottofondo che accompagna l’intero, lunghiiiissimo soundcheck. Ogni volta, poi, che una canzone terminava, mi illuminavo, speravo fosse la volta buona, però poi, inesorabilmente, un’altra canzone partiva.
Arrivarono così le 21:55, ancora nessun segno, e le ginocchia già mi facevano male.

Poi il buio. E delle urla. DA DIETRO.
Io ero tipo in terza fila, proprio davanti ad una porta di servizio da cui entrava l’aria (grazie signore grazie). Proprio da quella porta erano usciti loro e si stavano gentilmente facendo largo tra la folla. Ci si potrebbe benissimo chiedere “perché?” però se ti passano ad un metro di distanza l’unica cosa che puoi fare è tenere la bocca chiusa e goderti il momento.
Un ragazzo dietro di me ha esclamato “giuro che mi ha toccato il culo!!!” e la sua ragazza ha prontamente risposto “e che non sei contento?!” Serissima.

E io ero lì, pronta ad iniziare quando semplicemente gran parte delle luci si spengono e si sente solo la base di una delle loro canzoni strumentali e solo lì puoi capire, capisci che ci sei e pensi la tipica frase “non vedevo l’ora che iniziasse.

Sono saliti sul palco vestiti nel più classico stile Noah. Charlie si era cambiato, indossava un completo blu con tanto di gilet e bretelle. Adorabilissimo. Anche gli altri indossavano completi, tutti su tonalità scure, solo Matt “Urby Whale” Owens, bassista,  l’aveva grigio chiaro.

Iniziano e sparano una canzone dietro l’altra, senza pause.
Charlie è esattamente come appare nei video. Quelle mossettine di braccia e di gambe non le riserva solo alla telecamera ma sono assolutamente naturali, e fantastiche, aggiungerei.
Le ginocchia che mi avevano dato tanto fastidio durante l’attesa, manco mi ricordavo di averle.
La voce? Esattamente come la si sente registrata, non un filo diversa.
Bravo Bravo, per rendere il mio giudizio breve e poco fangirloso.

Per me, la “rivelazione” della serata è stato però, Tom Hobden, il violinista.
L’avevo sempre trovato kinda cute ma stasera è stato di una cosa che non so nemmeno se riesco a spiegare. Tralasciando il fatto che quando suona il violino è magico, non ho potuto fare a meno di notare il modo in cui si passava lingua sulle labbra ogni volta che finiva di cantare una frase. Non era in modo provocatorio nè niente, probabilmente nemmeno si accorgeva di farlo.
Inoltre quando il pubblico cantava con loro lui ci scrutava tutti e assumeva un’espressione fiera, fiera di noi, del fatto che sapevamo a memoria le sue canzoni. Tra una canzone e l’altra, Charlie ha detto “mi spiace parlare così male italiano but we have Tom here who speaks a very good italian” Tom risponde ridendo “Non è vero” E giù di urla.
Poi aggiunge “La prossima….canzone….si chiama….volare.”
Battuta! Charlie ride e anch’io. È divertente. È adorabile.
Quel genere di adorabilità che ti porta a volertelo portare a casa per tenerlo come pet.

Doug, il batterista, si è visto poco purtroppo, limitato dal suo strumento però c’è da dire che i suoi tamburi durante la canzone finale toglievano il respiro. Finito il concerto poi, l’ho visto arrampicarsi per abbracciare una ragazza che era riuscita a riavvicinarsi al palco (dato che ci aveano cacciato dopo circa trenta secondi dalla fine. Io dico, neanche il tempo di asciugarsi le lacrime che già mi urlate “tutti indietro prego, il locale chiudeeee!” -lacrime? chi piange? Io non ho mica pianto!-)

Finita la scaletta, si sono presi i loro meritati applausi, ci hanno ringraziato a gesti e se ne sono andati. I tipi del suono sono subito saliti sul palco a sgomberare quando dal fondo un gruppo di persone ha iniziato ad urlare “one more song! one more song! one more song!” coro che ben presto si è propagato in tutto il locale.
A quel punto è diventato evidente quanto poco è passato dal pensare “non vedo l’ora che inizi” al “non ci credo che sia già finito”.
Ma…rieccoli!!! Distrutti e fradici come li avevamo lasciati, hanno eseguito non una canzone in più ma due. Amore.
Dopo queste due pezzi, magistralmente interpretati tra l’altro, era impossibile chiedergli qualsiasi altra cosa, così abbiamo dovuto vederli andare via.

Entrando nel dettaglio: avevano finito con l.i.f.e.g.o.e.s.o.n e sembrava adattissima. Dopo l’infinito coro di “one more song!” sono tornati sul palco a suonare Old Joy e sembrava non ci potesse essere finale migliore.

Poi hanno chiuso con the first day of spring ed è stato tutto semplicemente perfetto.


A concerto finito, come dicevo, ci ricacciano in quella grigissima strada milanese.
Quel grigiore, però, riprende vita quando ecco che tutti e quattro (Doug non c’era, boh) escono in strada. Il primo da cui vado è Charlie, gli porgo il mio biglietto mezzo tracciato da quel macellaio del bigliettaio/buttafuori e me lo firma. aaaah morte. (saremo già a quota cinquanta; non vi ho citato altre volte durante le singole canzoni o le singole parole delle singole canzoni e…)
Resto un po’ lì ad osservarlo sorridere mentre posa per le foto abbracciando tutti e tutte e poi mi dirigo da Urby Whale. Mentre aspettavo mi sono accorta che chiede il nome a tutti prima di firmare. Che figata, penso io, però al mio turno non me lo chiede. Vabbè.

Mi avvicino, quindi, a Fred Abbott, chitarrista, giusto lì di fianco. Se ne stava a braccia conserte ad osservare la strada; quando gli ho teso il mio biglietto e il pennarello si è stupito, ha detto oh? e poi ha firmato. La cosa mi fa sorridere ora che ci penso. Va bene che Charlie e Tom assorbivano quasi completamente l’attenzione però ti pare che non ti chiedo una firmetta dopo che hai passato una serata a suonare della bellissima musica?

Per ultimo resta Tom e ho la soddisfazione di averlo guardato negli occhi, a mezzo metro di distanza, ed avergli detto “You’re so awesome.”
Sicuro che se ci avessi pensavo avrei trovato una frase migliore da dire però sul momento quella mi è venuta.
Ha ringraziato sorridendo e io sono morta, ancora.

E poi basta, andati. Saliti sulle auto diretti verso la prossima tappa del tour.

Concerto mozzafiato. Non ho parole. Ho scritto un poema ma avrò espresso circa il 2 percento. Al momento è giovedì sera, ho impiegato un intero giorno per mettere giù queste righe. È difficilissimo e non sono soddisfatta. Banalmente, è qualcosa che a parole rende poco.
Vi risparmio quindi tutto ciò che mi sta ancora in testa e mi chiedo per quanti giorni ancora mi sentirò in questo modo. Spero tanti perchè con tutte queste endorfine della felicità in corpo si sta dio.

Per ultimo, allego la scaletta che mi sono puntualmente annotata di canzone in canzone per chi fosse seriamente così curioso da aver letto tuuuuuutto ciò che ho scritto.

g1. PARADISE STARS (traccia 07 di Last night on Earth)
g2. GIVE A LITTLE LOVE (traccia 05 di Peaceful, the world lays me down)
ff3. JUST ME BEFORE WE MET (traccia 06 di Last night on Earth)
g4. LIFE IS LIFE (traccia 01 di Last night on Earth)
g5. GIVE IT ALL BACK (traccia 05 di Last night on Earth)
g6. SHAPE OF MY HEART (traccia 03 di Peaceful, the world lays me down)
g7. ROCKS AND DAGGERS (traccia 08 di Peaceful, the world lays me down)
g8. LOVE OF AN ORCHESTRA (traccia 06 di The first day of spring)
g9. BLUE SKIES (traccia 09 di The first day of spring)
10. WILD THING (traccia 04 di Last night on Earth)
11. THE LINE (traccia 09 di Last night on Earth)
12. OUR WINDOW (traccia 02 di The first day of spring)
13. TONIGHT’S THE KIND OF NIGHT – traccia 02 di Last night on Earth
14. 5 YEARS NOW – traccia 07 di Peaceful, the world lays me down
15. JOCASTA – traccia 02 di Peaceful, the world lays me down
16. WAITING FOR MY CHANCE TO COME – traccia 08 di Last night on Earth
17. L.I.F.E.G.O.E.S.O.N – traccia 03 di Last night on Earth

[One ore song! One more song! One more song!]

18. OLD JOY – traccia 10 di Last night on Earth
19. THE FIRST DAY OF SPRING – traccia  01 di The first day of spring

Neanche a dirlo, la scaletta è già playlist nel mio lettore.

Per ultimo ultimo (prometto!) allego biglietto autografato che è la mia giuoia.

Il mio assistente qui di fianco mi fa notare che ancora (a volte capita) è arrivato il Giovedì.
Ammetto che da queste parti la sacralità del giovedì è stata messa un po’ in secondo piano, tranquilli, non tirerò fuori la solita storia che in estate tutti i giorni sono uguali e non si capisce quale è quale ma cercate di capirmi, sono in vacanza e non riesco più a distinguere i giorni della settimana.

Ad ogni modo, dato che mi sono accorta in tempo, ecco l’amatissimo GiovedìGiada. G.A.D.È.G.
Oggi voglio confessarvi un segrèto: io ho i poteri.
Ecco adesso non è che vi dovete mettere a ridere perché sono davvero davvero seria e ve lo proverò.

Premessa: la mia nonna proviene dalle aperte lande della Basilicata ed è là che io ho passato la maggior parte delle estati della mia ancor breve vita.

Quando ho cominciato a crescere, si parla dei miei 14-15 anni, ho iniziato a percepire la necessità di avere qualche amico laggiù.
Fu così che mi affezionai a due ragazze mie coetanee, mi fecero una bellissima impressione e quindi decisi di tornare a trovarle anche per le feste di Natale e fine anno.
[PAZZIA! Fa un freddo polare e casa di mia nonna c’era un caminettino dimensione puffo]
Mi ritrovai così a questa festa di capodanno in un garage. No vi dico, cercate di immaginare che temperatura poteva esserci in quel garage con addirittura la saracinesca (o comunque si chiami) alzata, per quelli che giustamente dovevano fumare. Immaginatevela sù.
Arrivò la mezzanotte ed i brindisi e i baci e gli abbracci ed infine i fuochi, finalmente cinque minuti di silenzio. Io, sì di vista li conoscevo tutti, però non ero gran che in confidenza con quella gente così, per noia, mentre parlavano fuori guardando i fuochi e senza nemmeno accorgermene, inclinai la mia bottiglia di birra (che all’epoca manco bevevo, ce l’avevo in mano tipo pochette) e ne feci cadere un po’ per terra.
Naturalmente quelli si girarono e mi guardarono male. Per trovare una qualsiasi motivazione dissi
“No ma non lo sapete? Porta bene a Capodanno!”
Risposta “aaaaaaaaaaah funziona così a Milano?”
“Certo Certo”

Risultato? Tutti rovesciarono un po’ della loro birra sul prato si fecero due risate ed il tutto venne dimenticato.
Due anni dopo, probabilmente dopo aver rimosso l’esperienza di dormire in quella casa glaciale, decisi di ritornare durante il mese di Dicembre.
E secondo voi della gente che mai avevo visto prima, cosa stava facendo fuori nel prato con le loro bottiglie di birra?
Si, esattamente quello che credete. C’è di più; quando mi sono avvicinata per chiedere cosa stessero facendo quelli mi guardarono con l’espressione di “ma dove vive questa?” mi dissero che porta fortuna e la gente lo fa da sempre eh, mica da ieri.

Se questo non è un potere ditemi voi cos’altro è. Ne vado piuttosto orgogliosa.
Non mi stupirei se qualcuno ora mi dicesse che per sbaglio inciampando su un uovo con un coniglio in braccio, ho inventato la Pasqua.

aaaaaaaaah il giovedì’! Noi tutti amiamo il giovedì eh!?
G.A.D.È.G. come mi piace dire!

Oggi voglio parlarvi del progetto più brillante mai pensato da un essere umano…scemato purtroppo dopo soli due giorni.
È un gran peccato, ma non facciamoci prendere dalla depressione.
Questo progetto riguardava un’esilarante comedy che vedeva protagonista la sottoscritta e la sua gatta. Io sarei stata il classico personaggio normale e un po’ sfigato con il quale è facile immedesimarsi, la Nika invece avrebbe interpretato la parte del braccio destro poco collaborativo e sempre incline e stuzzicare e fare commenti alla protagonista per esaltare il suo lato goffo.
Il tutto riprendendo a telecamera fissa il lettone/divano/base operativa della casa.
Ecco, questo il format; come è facile notare dalle poche righe qui sopra, sarebbe stato un successo.
I primi due episodi sono stati spassosissimi (proprio secondo le previsioni) e la serie aveva tutte le potenzialità di durare six seasons and a movie [cit].

Poi però c’è stato un cambiamento imprevisto. Dovete sapere che qui da noi non c’erano sceneggiatori; avevamo infatti deciso di affidarci alla santa mano dell’Universo. Adesso, io capisco che l’Universo possa essere stato un po’ geloso di questo mio talento ma una bastardata del genere io non me la sarei mai aspettata. Mister U. ha deciso di (re)inserire un nuovo/vecchio personaggio alla terza puntata. Questo nuovo personaggio rappresenta tutto ciò che c’è di malvagio, perfido, acido e superficiale al mondo…esatto, tremate, perchè è proprio di l e i che sto parlando…EVIL SISTAH.

A questa trovata la vostra protagonista ha deciso di comportarsi da diva, ha lanciato in aria i fogli bianchi da noi usati come copione, ha puntato i piedi e ha detto “No Cazzo!” Quando poi si è ripresa dallo sgomento iniziale ha iniziato a considerare il fatto che un certo tipo di collaborazione si poteva pur trovare. Ripensandoci un’altra volta bè, no.
E fu così che quello che poteva essere il prossimo miracolo televisivo si è concluso.

Adesso, so che l’amarezza che provate è tanta e intensa e giuro che non è nelle mie intenzioni rincarare la dose ma…per correttezza verso di voi devoti (inconsapevoli) spettatori ve lo devo dire. La puntata di oggi sarebbe tutta girata attorno allo scontro epocale che vede due categorie di donne schierate sin dalla notte dei tempi:  le donne normali e le estetiste.
Eh si, perchè la storyline dei primi episodi sarebbe stata la fase di abbruttimento della vostra eroina, tipica del pre-vacanze. Oggi si sarebbe raggiunto l’apice con la battaglia finale (spoiler: io non solo ci ho perso i soldi ma anche anni di vita per il dolore. Ditemi che non sono l’unica che sanguina per la ceretta, vi prego! Va bene che sono una stella delle comedy ma non fatemi sentire sola!)

Ora vi lascio sfogare il vostro dolore, se vi può sollevare potreste trovare conforto nello spin-off “Giada va in vacanza” ma hanno ordinato un numero di episodi limitato.

 

 

Eccoci qua per un altro GiovedìGiada! G.A.D.È.G. !!!
Allora di che tratteremo oggi? No, niente progetti futuri, niente curiosità

Oggi intraprenderemo un meraviglioso viaggio nel passato. Quindi, per favore, tutti in fila per due, so che questa cabina blu sembra piccola da fuori ma vi assicuro che dentro c’è spazio per tutti, non spingete prego.

La nostra destinazione è il giorno in cui mi presi una potente scarica di botte.
Da una suora.
All’asilo. 

Su questa storia potrete sentire delle versioni contrastanti; vi assicuro che la mia è l’originale, è quella più attinente alla verità secondo la quale si sono svolti i fatti.
Allora, era quasi Natale, le vacanze si avvicinavano e quella sarebbe stata la mia ultima recita di natale all’asilo, da bimba grande. Noi bambine siamo state divise in due categorie. La prima era quella delle ballerine: ah me lo ricordo ancora…lo chignon, il fiocco tra i capelli, le calze bianchissime ed il tutù leggermente rosa che fluttuava.
Che invidia.
Io ovviamente non facevo parte di quella categoria, quella era destinata alle bimbe carine con le lentiggini che non si spettinavano mai.
Io ero fatta in tutt’altro modo. Sono finita nei fiori, ossia la categoria delle bimbe sfigatelle, di quelle che “No, i bambini non sono sempre tutti belli”.
Indossavo un orribile e pesantissimo costume color verdone ma quello era il minimo. Il centro del nostro balletto era un albero di natale dalla cui punta partivano tante liane fatte di fiori. Ognuna di un colore diverso per ogni bambina. Dovevamo prenderle, alzarle, sventolare eccetera.

La tragedia accadde durante le prove. A me avevano assegnato la liana bordeaux alla bambina dietro di me, la mia migliore amica, quella rossa. A metà stacchetto era arrivato il momento dell’albero. Durante tutto Novembre avevamo usato un bambino, di quelli più sfigatelli di noi, il cui unico compito era di restare fermo immobile mentre noi giravamo come delle cretine intorno a lui. Quel giorno invece no. Quel giorno, per la prima volta, avevamo l’albero.

Probabilmente presa dalla gioia del momento la mia migliore amica Alexia sbaglia liana e agguanta LA MIA color bordeaux. Io cosa ho fatto? Di riflesso ho preso quell’altra azionando quindi la temutissima catena delle liane sbagliate.
E qui entrò in gioco lei. Non ve ne ho ancora parlato per non indurvi a lasciare la rubrica di oggi prima del previsto.
Suor Gaetana. E già dal nome potete immaginare che elemento era.
Girava voce che il primo giorno d’asilo ti chiedesse di identificare il cetriolo dalla piccola bancarella del fruttivendolo e se sbagliavi prendeva il mini telefono e lo diceva direttamente a Gesù.
Fortunatamente io non ero in quella classe ma durante la prove della recita ahimè, mi toccò lei.

Io non so cosa la indusse a pensare che fossi io l’artefice della catena delle liane sbagliate, proprio non lo so, fatto sta che arrivò verso di me come una furia e al primo colpo sulla nuca feci un volo di un paio di metri. Ecco, il primo colpo me lo ricordo come se stesse accadendo in questo momento, poi però ho questo ricordo un po’ distorto di me, vista dall’esterno, prendermi una scarica di botte, di quelle che non te le dimentichi più, ci ripensi e poi ci scrivi sopra quando di anni ne hai tipo diciotto.
Adesso, nonostante tutti mi dicano che non è successo così come lo rimebro io, confido che voi crediate che quella strega tagliagole mi abbia battuto come se non ci fosse stato un domani.

Poi Alexia, dato che comunque era la mia amica del cuore, vista la penosa condizione in cui mi trovato, si fece avanti e confessò di aver sbagliato lei, di aver confuso due colori identici (perdonatela, aveva cinque anni ed era un po’ stupida, non a caso era amica mia. E poi era finita nei fiori quindi tanto sveglia non poteva essere comunque).
Suor Gaetana si fermò, roteò lentamente la testa verso quella bimbetta alta un metro, la fulminò con gli occhi e disse “uhm”. E BASTA.
Io mi sono presa l’apocalisse e lei nienteeee! Rendiamoci conto!

Non so quale santo ringraziare, ma alla recita in teatro, nessuno sbagliò liana e nessuno si prese le botte. La questione cadde e alle elementari cominciarono tutti a dire che me l’ero sognato.
Voi mi credete, vero?! Non pensate che sia una pazza megalomane!!!

Conclusioni: la mia ex amica del cuore Alexia ora è un po’ una zoccola (certo con quel nome) quindi forse la scarica di botte le avrebbe fatto solo del bene.

ok ok ok, non disperiamoci. Lo so, tre settimane senza Giovedì Giada, sono state dure. La verità è che vi avevo abituato troppo bene…

recuperiamo il tempo perduto.
Cioè no, oggi ho da condividere giusto una cosa.

OGGI HO PRESO UNA DECISIONE.
Una decisione di quelle che cambiano la vita per sempre, di quelle che influenzano il tuo futuro e la tua vita sociale forever and evah.

Dopo la maturità mi faccio un Tumblr.
Ooooh yeah, avete capito bene. Mi unirò al lato oscuro anch’io.

Ho già pronto il nome
__ mosche verde elettrico.
dove __ starà per il mio punteggio finale. Lo trovo un nome significativo e nonsense quanto basta.

Ecco, volevo condividerlo.
Ovviamente mi riservo il diritto di cambiare idea anytime.

Perle