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Ieri era venerdì e come accade quasi ogni venerdì sera da trent’anni a questa parte, al Cinema Mexico era serata di The Rocky Horror Picture Show.
Al Cinema Mexico non ero mai andata ma già sapevo che l’ambiente mi sarebbe piaciuto un sacco dato che ho letto che danno film d’essai e ogni giovedì le migliori uscite in lingua originale.

Non riuscirei a contare quante volte ho visto il film e ascoltato le canzoni quindi non vedevo davvero davvero l’ora di andarci. Il RHPS significa un sacco per me; non è semplicemente andare a teatro, è un’esperienza.

Ovviamente non sarebbe stata la stessa esperienza se non avessimo sbagliato fermata della metro interrogandoci poi sul perché nessuno sapesse indicarci la strada e non avesse minimamente idea di cosa stessimo parlando. Da che mi avevano passato a prendere ben due ore e mezza prima dell’inizio dello spettacolo (non sto scherzando) siamo arrivati quasi a correre per non arrivare in ritardo.
Dopo aver passato quello che ci han detto essere un ponte (erano solo strane scale di metallo) eccoci sulla via e poi, è apparso.
 lllllll 


Subito appena entrata ho iniziato a vedere tutto rosso per via degli enormi cuoricioni sui miei occhi, cuoricioni che sono diventati più grandi quando il tizio dei biglietti ha capito che non c’era bisogno di spiegarci lo spettacolo e che sono diventati di dimensioni galattiche quando anche le maschere hanno realizzato che non sarebbero mai riuscite a venderci il kit perché avevamo portato tutto da casa. “voi siete gente da sacchetto nella borsa”
oh puoi scommetterci, gioia!

Finalmente inizia lo spettacolo. I più si staranno chiedendo (magari) perché è così speciale. Il tutto sta in quella che viene chiamata Audience Participation che è il coinvolgimento elevato alla massima potenza. Praticamente viene proiettato il film e non solo gli attori, ma anche il pubblico nel suo piccolo, deve interpretare e vivere le scene. Il che è una figata assurda! La prima scena è un matrimonio e ovviamente cos’è un matrimonio senza il lancio del riso dico io?! Nulla, esatto. E quindi riso ovunque da lanciare e da prendere in faccia (ce lo siamo ritrovato anche nelle scarpe, per dire). E se in una scena malauguratamente piove cosa succede in sala? Nessun problema, basta tirare fuori il giornale e…aspettare che le maschere transylvane te lo strappino via! Ovviamente qui emerge la mia predisposizione alla sfiga dato che mi stavano quasi per infilare un dito in un occhio (non è successo, ma tanto ero così esaltata che non me ne sarei accorta comunque).  La cosa si fa un po’ più complicata quando il copione contiene delle battute aggiuntive da urlare, una sorta di completamento/sfottimento di alcune scene. Ovviamente esiste una guida con il copione in cui sono inserite queste battute solo che non puoi portarti il copione dietro e ci vuole un po’ prima di impararle a memoria. Per fortuna ci sono cose che impari fin dai primi minuti e poi non ci vuole niente a ripeterle per tutta la sera. Per esempio urlare ASSHOLE! ogni volta che il nome Brad Majors viene pronunciato, WEISSS (con moltissime S) quando invece appare Janet, un gutturalissimo UH! quando è il Dr. Scott e SHHH quando è Eddie (non si parla di Eddie!!!)
Oltre alla participation, ciò che mi rendeva più curiosa era vedere il modo in cui avrebbero riproposto le scene sul palco. Sia i costumi che gli oggetti di scena erano accuratissimi e davvero ben fatti, si poteva leggere l’ammòre su ogni paillette, giuro.

E poi ci sono loro, il centro, il cuore della serata: gli attori.
Penso che per fare ciò che fanno loro ci voglia tantissima passione, lavoro e un’enorme dose di coraggio. Ci siamo chiesti più volte chi ci fosse sotto il trucco e cosa facessero nella vita. Io il Frank ‘N Furter truccassimo sui taccazzi me lo sono visto benissimo come agente immobiliare, non so perché.

Dev’essere difficilissimo interpretare Frank   per bene e soprattutto reggere il confronto con quel mostro di Tim Curry.
Lui è riuscito ad essere divertente, accattivante e spaventoso quando e come doveva esserlo. (inoltre questo correva e ballava sui tacchi meglio di come io ci cammini, va be)

 

 

 

 

 

 

 

La statuetta per il più inquietante però va Riff Raff. INQUIETANTISSIMO!
Come è giusto che sia! Direi meraviglioso.

Mi vanto di essere una delle poche persone che possono dire: sono stata fissata dal Riff Raff. È andata così: durante una scena non particolarmente attiva me ne sto un po’ a guardami in giro finché sento una presenza alla mia sinistra. Mi giro ed eccolo lì a due centimetri con lo sguardo fisso. Senza pensarci dico “ciao!” come una cogliona, poi resto a fissarlo anch’io senza parole. Sgomito al mio compagno di sventura che si gira e fa Oh! Allora quello si avvicina ancora di più ed inizia a fissare lui. Poi, sempre muto, se ne va. Ci rimane un grandissimo boh e l’onore di essere stati fissati da Riff Raff.
E scusateme.

Altra nota di merito a Columbia.
Non so perché mi ha colpito tanto, non saprei nemmeno su che particolare soffermarmi, l’unica cosa che riesco a dire è che mi sembrava proprio Columbia. Era lei, era giusta, era bravissima: l’ho adorata.

Ho detto che questa sarebbe stata l’ultima nota di merito
…adesso arriva la NOTA DI MERITISSIMO.

Non avuto problemi a dichiararmi innamoratissima di lui quando ancora non era finita la prima canzone. Perché sì. Dai.

Durante l’intervallo ci abbiamo parlato (ancora i cuoricioni) (anche qualche palpitazione) con il pretesto di fare una foto.
Abbiamo scoperto che si chiama Luca (ho DOVUTO chiederlo, io per i nomi ho una grandissima mania) ed ero già pronta a conquistarlo con un timido sorriso quando un’altra nostra compagna di svenuta ha sfoderato un potentissimo “Ciao! Ti Amo.”

Ha vinto lei.

Il mio innamoramento però non è svanito, poi, scusa, dopo aver visto il tuo uomo così, come puoi dis-innamorati?

Adesso una persona come si deve dovrebbe essere abbastanza critica da trovare anche gli intoppi, i momenti non perfettissimi e gli attori non propri adatti. Potrei anche, eh, in fondo Janet era un po’ mortina nonostante di profilo fosse ugualissima alla Sarandon, questa Magenta era pochissimo una Magenta e Rocky aveva proprio l’aspetto sbagliato; non aveva NIENTE dell’uomo-oggetto creato solo per i capelli biondi, l’abbronzatura e gli addominati disegnati col seghetto.

Però chissenefraga. Un enorme chissenefrega.
È stata una delle serate migliori che ricordi, mi sono sentita perfettamente inserita nel contesto, cosa che non capita proprio spessissimo ed è per questo che conserverò solo i migliori ricordi.
Appunto per questo si sta già organizzando per tornarci il tre febbraio.
Ora che abbiamo perso la RHPSVerginity, non ci ferma più nessuno. 

[dato che non sono riuscita a trovarci un contesto metto queste foto che ho trovato, così, senza un senso. Sono troppo eccezionali per non essere mostrate]

Non ho avuto modo di dirlo: I’m Going Home è in assoluto la mia preferita

la sopragiàcitata scena della pioggia

Sempre lui, il Brad *_*

DR. SCOTT!!!

…e lo sbagliattissimo Rocky (che sembra un Rocky questo?!)

DON’T DREAM IT, BE IT!

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Teniamoci forte, perché non ci capiterà di rivedere accadere un evento del genere un’altra volta. Non molto presto, anyway.

La protagonista dell’evento (bravi, avete ragione, seconda protagonista) è la già citata Evil Sistah, che in questo periodo di pace e quiete sorelliare preferisco chiamare semplicemente Ale.
Che gesto avrà mai compiuto?
È tornata alle vecchie abitudini crudeli? Naah
[se così fosse non sarei qui, ma sul mio letto ad abbracciare Teddy l’orso gigante, amico da una vita, che progetto di farvi conoscere prima o poi]

Le teorie dietro questo accadimento straordinario sono diverse, le più accreditate sono:

1) Sistah ha saputo dell’impresa.
In poche parole, giovedì sarà il suo compleanno e guarda caso proprio sabato ha additato un oggetto del desidero dal sito IKEA con la frase “eh, lo andrò a prendere un giorno.” ok, got it.  Mi sono messa così nella mia timida autovettura facendomi almeno 300mila kilometri, stima approssimativa, fino a Carugate…dove ho speso 13 euri. T_T
Ad ogni modo, tengo nascosto l’oggetto nei meandri dell’armadio mentre fingo di supportare la sua idea di ordinarlo su internet.

2) si sente ancora in colpa per non avermi preso nulla al compleanno

3) mentre camminava le è caduta una tegola in testa

il fatto è che oggi, tornando da lavoro, mi ha portato a casa questa con il commento: “ho visto che l’altra sera hai disegnato un sacco di gufi così…”

Sarà l’universo che mi dice di sceglierlo come animale totem?


L’ultimo ha una criniera arcobaleno perché sì.

Lo so.
So cosa state pensando (anche se magari prima di leggere le seguenti righe manco l’avevate pensato). Sono sparita, scomparsa, estinta.
Dopo quel lontano (ma nemmeno troppo) 28 settembre, in cui mi sono dilungata come se fosse stato il mio ultimo giorno prima della perdita della parola scritta, vi ho abbandonati.
E il Giovedì Giada?
E gli aneddoti random?
Tutte domande intelligenti che non troveranno risposta però (non mi stancherò mai di ripeterlo, i però sono fondamentali, cambiano tutto, amateli come lo faccio io) state presenziando alla pubblicazione del mio primo libro.

TITOLO: niente da dire ma dirlo comunque (con verve però)


CAPITOLO 1 – “ma tu sei l’amica della Francesca?”
gggggggHo appena finito di frequentare la mia terza settimana di università.
Capitano due cose strane. La prima è che sono esaltata manco fosse ancora il primo giorno e la seconda è che mi sembra di andarci da una vita.
Sono esaltata da qualcosa che mi sembra già vecchia.
È evidente che non proprio tutto torna.
Ad ogni modo procede bene, ho la fortuna di aver concentrati tutti e tre i miei corsi nei primi tre giorni della settimana il che mi lascia un weekendone lungo da giovedì a domenica.
Ho battezzato il giovedì il “Giovedì del diritto romano” (date la colpa a lui se non sto facendo più i GG!) perché è il corso che più mi sta piacendo fin ora (nonostante ne capisca l’interiore inutilità)(oddio, nemmeno troppo inutile)(solo un pochino) e quindi non mi pesa farlo subito. Il venerdì poi, è sacrosanto che mi sia lasciato libero. Avete idea di quante cose vadano in onda tra mercoledì e giovedì sera? Tipo l’83% di tutto quello che seguo. Un giorno intero per aggiornarmi non mi sembra solo giusto ma un dannato diritto costituzionale. (forse non ancora, ma quando dirigerò io la baracca potremmo parlarne più concretamente).
Inoltre mi piace l’idea di non star facendo tutto da sola. Della mia scuola sono l’unica in facoltà e quindi non conoscevo un’anima finché non sono stata avvicinata dalla frase “ma te sei l’amica della Francesca?” da una che ha frequentato la scuola dentro la mia scuola. In conclusione non ho esperienze da underdog emarginato da sottoporvi. Delusi?
Vi consolo con del gossip! A lezione e sul treno un tizio si diverte a farmi gli occhiolini. Ovviamente il tutto lo dico senza malizia, la gente soffre dei più svariati tic eccetera.
Dato che ci siamo iscritti agli stessi seminari (-Seminari? Sei una sfigata?- -Stai zitto-) vi saprò aggiornare meglio sulla sua situazione psicofisica che già so che vi interessa.

CAPITOLO 2 – Le fisse vanno lasciate sfogare altrimenti muori
gggggggSe tenete a me, venite qui e strappatemi “Peaceful, the world lays me down” dalle mie metaforiche mani. Ovviamente, dato che presumo voi siate gente normale (anche se date le cose che scrivo dovrei un po’ rivedere il mio target) vi spiego cos’è; è l’album d’esordio dei Noah and the Whale. Forse farete fatica a collegare le cose dato che di questo gruppo non ho MAI parlato.
Seriamente ora. Ero preparata ad un’esplosione delle balene subito dopo il concerto. Sarebbe stato completamente normale, solo che sono passate quasi tre settimane ed ho a malapena ascoltato altro. Per ora questo album detiene la media di due ascolti giornalieri. Lo metto su praticamente per ogni occasione: mi serve un sottofondo? Peaceful, the world lays me down è la risposta. Sono in treno ad annoiarmi? Peaceful, the world lays me down è la risposta. Mi va di ascoltare musica in modo impegnato ascoltando per bene musica e testi? Peaceful, the world lays me down è la risposta!
Capite che ho un problema?!
Amo il testo della canzone che da il nome all’album immensamente, potrei fischiettare 5 years time per ore (e non so nemmeno fischiare!!!)(sì che mi vergogno di non saperlo fare, ma ci convivo) e come canto io Mary nessuno (Charlie ha la voce decisamente più bassa della mia e credo sia una delle poche che riesco a fare dall’inizio alla fine senza sminchiarla)
Avrei anche un giudizio dettagliato su tutte le altre ma ve lo risparmio.
[breve precisazione per chiunque sappia un po’ di quello di cui sto parlando. Non ho niente contro The First Day of Spring e ancora meno contro Last Night on Earth. Davvero niente. È il primo album loro che ho ascoltato ed è quello che mi ha fatto innamorare però devo ammettere che sono più una
_a man, a guitar, a violin kind of girl_]
Ad ogni modo, i recenti tentativi di obbligarmi ad ascoltare qualcosa di diverso (grazie City and Colour) stanno lentamente mostrando risultati ma immagino che la via della disintossicazione sia ancora bella lunga.

CAPITOLO 3 – A dream is a wish your heart makes
gggggggEcco, no. Mi rifiuto. Primo perché in vita mia ho fatto sogni terrificanti e secondo perché no, non esiste. Nel sogno fatto l’altra notte ero, niente di meno, che la promessa sposa di un principe disney. Cioè, non è che lo stile del sogno fosse cartoonico (magari!) semplicemente ero una persona normalissima circondata da gente che non faceva che ripetere quanto era bello il fatto che sposassi un principe disney. Questa la sua descrizione, niente nome, niente volto. Solo “il principe disney”.
La parte davvero terrificante del tutto è che anch’io ero felice della cosa.
Anzi, di più, assolutamente entusiasta!
Per peggiorare ancora la situazione, il tutto mi è tornato in mente parecchie ore dopo che mi ero svegliata. Tremendo.
Riflettendoci, quello che mi viene da dire è No. Non importa quanti link su facebook dicano che noi povere donne siamo state imbrogliate dallo stereotipo del principe perfetto disney, questo (stupido) pensiero collettivo non mi avrà!
Dai, su, pensiamoci, se davvero volessi un mezzocoglione con dei capelli finti che non fa assolutamente niente e si limita a limonarmi (*) per risolvere le cose, non andrei a cercarlo in un cartone…

…uscirei semplicemente di casa. 

(*) oh certo, scusate, il bacio del vero amore, whaterver.

Inizio col dire che non so cosa dire. E nemmeno da dove iniziare.
Sono tornata da questo concerto poco meno di un’ora fa e ancora non ho ben cominciato a riordinare le idee. Cosa potrei mai scrivere di interessante per voi da leggere?

“Concerto meraviglioso.”
“Live le canzoni rendono ancora di più”
“Ci son cose che solo la musica dal vivo può far provare.”

Cosa avrei detto di nuovo? Queste cose potrebbe dirle anche chiunque che non sia mai stato ad un concerto.  Quello che voglio fare, quindi, è raccontarlo per chi non c’era ma gli sarebbe piaciuto; raccogliere tutti i piccoli dettagli che ora sono così vividi nella mia memoria ma che sono destinati a scomparire nel giro di pochi giorni.

Inanzi tutto la preparazione. Un buon concerto ha bisogno di un certo training.
Ho iniziato, quindi, ad ascoltare (quasi) ossessivamente tutti gli album per essere sicura di sapere bene bene i testi. Il resto sta anche nell’aspetto. Voglio dire, questo locale è molto tranquillo, sull’alternativo, in genere dedito alla musica elettronica. Il modo in cui vestivi, quindi, non è che avesse questa grande importanza, anzi.
Il punto focale della preparazione estetica è far salire l’ansia. Pensare che si stanno indossando i vestiti -per il concerto- , ci si sta lavando i capelli -per il concerto- , ci si sta scegliendo l’eyeliner -per il concerto-. A questo serve, solo per aumentare quell’entusiasmo di andare che già era iniziato a manifestarsi durante il ripasso dei testi.

In programma per me avevo una semplice maglietta bianca ed il mio meraviglioso, stupendo, bellissimo, (mi piace, si capisce?) eyeliner color verde petrolio. Poi arriva mio padre che mi consiglia di mettere uno dei suoi gilet. Anzi, non uno dei suoi tanti, ma IL suo gilet, quello che ha indossato per sposare mia madreh. Mi è sembrato tutto così spiritual che non ho potuto dire di no.
Tra l’altro, escludendo la misura, mi stava anche piuttosto bene.

Ecco, solo con un’altissima carica nervosa addosso (positiva certo) ci si può dirigere al posto. Se per caso durante il tragitto ogni semaforo rosso, senso unico, lavoro in corso  sembrerà la TRAGGGEDIA allora significa che è stato fatto bene il lavoro di preparazione perché quella deve essere la reazione!

Per noi frasi come “ma va, fai il giro che tanto è presto” non esistono.
Nessuna eccezione.

È proprio in questo punto della storia che è successo IL FATTO.
Scendo dalla macchina e mi trovo la band che cammina sul marciapiede. Giuro.
Non avevo idea di cosa fare se non girarmi verso chi mi aveva accompagnata e urlare bisbigliando “Quella è la band!!!!!!!!”. Mi sono rigirata e ho sorriso come un’idiota guardando Charlie Fink, voce e una delle chitarre. Indossava dei pantaloni kaki, camicia azzurra e bretelle. Charlie ricambia il sorriso ed io muoio per la prima delle tante volte nel corso della serata.

Una volta ricomposta ed essermi congratulata con me stessa per aver resistito alla tentazione di correre verso di loro urlando, sono allegramente entrata nel posto; dato che era presto ma non troppo, c’era solo un minuto gruppo di gente ed il cantante, incaricato di aprire la serata, sul palco che già suonava.
Vorrei soffermarmi un attimo su di lui,  Bianco, si faceva chiamare.
Non era malaccio eh, affatto, solo che aveva una tristezza negli occhi. Badate bene, non nei testi, nelle melodie, ma proprio dentro, perché lui sapeva!!!
Sapeva, che nonostante fossimo lì ad applaudire in realtà eravamo tutti interessati solo ai Noah and the Whale. Poi, usando altre parole, l’ha detto pure lui stesso. Triste, triste, triste. Fonderò un’associazione per i diritti degli apritori di concerto, ho deciso.

Finalmente Bianco lascia il palco ed ecco, la terrificante musica di sottofondo che accompagna l’intero, lunghiiiissimo soundcheck. Ogni volta, poi, che una canzone terminava, mi illuminavo, speravo fosse la volta buona, però poi, inesorabilmente, un’altra canzone partiva.
Arrivarono così le 21:55, ancora nessun segno, e le ginocchia già mi facevano male.

Poi il buio. E delle urla. DA DIETRO.
Io ero tipo in terza fila, proprio davanti ad una porta di servizio da cui entrava l’aria (grazie signore grazie). Proprio da quella porta erano usciti loro e si stavano gentilmente facendo largo tra la folla. Ci si potrebbe benissimo chiedere “perché?” però se ti passano ad un metro di distanza l’unica cosa che puoi fare è tenere la bocca chiusa e goderti il momento.
Un ragazzo dietro di me ha esclamato “giuro che mi ha toccato il culo!!!” e la sua ragazza ha prontamente risposto “e che non sei contento?!” Serissima.

E io ero lì, pronta ad iniziare quando semplicemente gran parte delle luci si spengono e si sente solo la base di una delle loro canzoni strumentali e solo lì puoi capire, capisci che ci sei e pensi la tipica frase “non vedevo l’ora che iniziasse.

Sono saliti sul palco vestiti nel più classico stile Noah. Charlie si era cambiato, indossava un completo blu con tanto di gilet e bretelle. Adorabilissimo. Anche gli altri indossavano completi, tutti su tonalità scure, solo Matt “Urby Whale” Owens, bassista,  l’aveva grigio chiaro.

Iniziano e sparano una canzone dietro l’altra, senza pause.
Charlie è esattamente come appare nei video. Quelle mossettine di braccia e di gambe non le riserva solo alla telecamera ma sono assolutamente naturali, e fantastiche, aggiungerei.
Le ginocchia che mi avevano dato tanto fastidio durante l’attesa, manco mi ricordavo di averle.
La voce? Esattamente come la si sente registrata, non un filo diversa.
Bravo Bravo, per rendere il mio giudizio breve e poco fangirloso.

Per me, la “rivelazione” della serata è stato però, Tom Hobden, il violinista.
L’avevo sempre trovato kinda cute ma stasera è stato di una cosa che non so nemmeno se riesco a spiegare. Tralasciando il fatto che quando suona il violino è magico, non ho potuto fare a meno di notare il modo in cui si passava lingua sulle labbra ogni volta che finiva di cantare una frase. Non era in modo provocatorio nè niente, probabilmente nemmeno si accorgeva di farlo.
Inoltre quando il pubblico cantava con loro lui ci scrutava tutti e assumeva un’espressione fiera, fiera di noi, del fatto che sapevamo a memoria le sue canzoni. Tra una canzone e l’altra, Charlie ha detto “mi spiace parlare così male italiano but we have Tom here who speaks a very good italian” Tom risponde ridendo “Non è vero” E giù di urla.
Poi aggiunge “La prossima….canzone….si chiama….volare.”
Battuta! Charlie ride e anch’io. È divertente. È adorabile.
Quel genere di adorabilità che ti porta a volertelo portare a casa per tenerlo come pet.

Doug, il batterista, si è visto poco purtroppo, limitato dal suo strumento però c’è da dire che i suoi tamburi durante la canzone finale toglievano il respiro. Finito il concerto poi, l’ho visto arrampicarsi per abbracciare una ragazza che era riuscita a riavvicinarsi al palco (dato che ci aveano cacciato dopo circa trenta secondi dalla fine. Io dico, neanche il tempo di asciugarsi le lacrime che già mi urlate “tutti indietro prego, il locale chiudeeee!” -lacrime? chi piange? Io non ho mica pianto!-)

Finita la scaletta, si sono presi i loro meritati applausi, ci hanno ringraziato a gesti e se ne sono andati. I tipi del suono sono subito saliti sul palco a sgomberare quando dal fondo un gruppo di persone ha iniziato ad urlare “one more song! one more song! one more song!” coro che ben presto si è propagato in tutto il locale.
A quel punto è diventato evidente quanto poco è passato dal pensare “non vedo l’ora che inizi” al “non ci credo che sia già finito”.
Ma…rieccoli!!! Distrutti e fradici come li avevamo lasciati, hanno eseguito non una canzone in più ma due. Amore.
Dopo queste due pezzi, magistralmente interpretati tra l’altro, era impossibile chiedergli qualsiasi altra cosa, così abbiamo dovuto vederli andare via.

Entrando nel dettaglio: avevano finito con l.i.f.e.g.o.e.s.o.n e sembrava adattissima. Dopo l’infinito coro di “one more song!” sono tornati sul palco a suonare Old Joy e sembrava non ci potesse essere finale migliore.

Poi hanno chiuso con the first day of spring ed è stato tutto semplicemente perfetto.


A concerto finito, come dicevo, ci ricacciano in quella grigissima strada milanese.
Quel grigiore, però, riprende vita quando ecco che tutti e quattro (Doug non c’era, boh) escono in strada. Il primo da cui vado è Charlie, gli porgo il mio biglietto mezzo tracciato da quel macellaio del bigliettaio/buttafuori e me lo firma. aaaah morte. (saremo già a quota cinquanta; non vi ho citato altre volte durante le singole canzoni o le singole parole delle singole canzoni e…)
Resto un po’ lì ad osservarlo sorridere mentre posa per le foto abbracciando tutti e tutte e poi mi dirigo da Urby Whale. Mentre aspettavo mi sono accorta che chiede il nome a tutti prima di firmare. Che figata, penso io, però al mio turno non me lo chiede. Vabbè.

Mi avvicino, quindi, a Fred Abbott, chitarrista, giusto lì di fianco. Se ne stava a braccia conserte ad osservare la strada; quando gli ho teso il mio biglietto e il pennarello si è stupito, ha detto oh? e poi ha firmato. La cosa mi fa sorridere ora che ci penso. Va bene che Charlie e Tom assorbivano quasi completamente l’attenzione però ti pare che non ti chiedo una firmetta dopo che hai passato una serata a suonare della bellissima musica?

Per ultimo resta Tom e ho la soddisfazione di averlo guardato negli occhi, a mezzo metro di distanza, ed avergli detto “You’re so awesome.”
Sicuro che se ci avessi pensavo avrei trovato una frase migliore da dire però sul momento quella mi è venuta.
Ha ringraziato sorridendo e io sono morta, ancora.

E poi basta, andati. Saliti sulle auto diretti verso la prossima tappa del tour.

Concerto mozzafiato. Non ho parole. Ho scritto un poema ma avrò espresso circa il 2 percento. Al momento è giovedì sera, ho impiegato un intero giorno per mettere giù queste righe. È difficilissimo e non sono soddisfatta. Banalmente, è qualcosa che a parole rende poco.
Vi risparmio quindi tutto ciò che mi sta ancora in testa e mi chiedo per quanti giorni ancora mi sentirò in questo modo. Spero tanti perchè con tutte queste endorfine della felicità in corpo si sta dio.

Per ultimo, allego la scaletta che mi sono puntualmente annotata di canzone in canzone per chi fosse seriamente così curioso da aver letto tuuuuuutto ciò che ho scritto.

g1. PARADISE STARS (traccia 07 di Last night on Earth)
g2. GIVE A LITTLE LOVE (traccia 05 di Peaceful, the world lays me down)
ff3. JUST ME BEFORE WE MET (traccia 06 di Last night on Earth)
g4. LIFE IS LIFE (traccia 01 di Last night on Earth)
g5. GIVE IT ALL BACK (traccia 05 di Last night on Earth)
g6. SHAPE OF MY HEART (traccia 03 di Peaceful, the world lays me down)
g7. ROCKS AND DAGGERS (traccia 08 di Peaceful, the world lays me down)
g8. LOVE OF AN ORCHESTRA (traccia 06 di The first day of spring)
g9. BLUE SKIES (traccia 09 di The first day of spring)
10. WILD THING (traccia 04 di Last night on Earth)
11. THE LINE (traccia 09 di Last night on Earth)
12. OUR WINDOW (traccia 02 di The first day of spring)
13. TONIGHT’S THE KIND OF NIGHT – traccia 02 di Last night on Earth
14. 5 YEARS NOW – traccia 07 di Peaceful, the world lays me down
15. JOCASTA – traccia 02 di Peaceful, the world lays me down
16. WAITING FOR MY CHANCE TO COME – traccia 08 di Last night on Earth
17. L.I.F.E.G.O.E.S.O.N – traccia 03 di Last night on Earth

[One ore song! One more song! One more song!]

18. OLD JOY – traccia 10 di Last night on Earth
19. THE FIRST DAY OF SPRING – traccia  01 di The first day of spring

Neanche a dirlo, la scaletta è già playlist nel mio lettore.

Per ultimo ultimo (prometto!) allego biglietto autografato che è la mia giuoia.

Essendo mezzanotte e 20 minuti è ufficialmente Lunedì 4 Aprile, ovvero il giorno del mio esame di guida.

Per chiunque non lo sapesse io attiro le disgrazie. Sono la più alta espressione della legge di Murphy moltiplicata per il numero di Avogadro (sottratta l’età della nonna che altrimenti non funziona)
Tocco livelli inimmaginabili a tal punto che affermare di avere la sfiga addosso sarebbe riduttivo..io ce l’ho direttamente dentro. Secondo me, e lo posso affermare con abbastanza certezza , quando mi giro le donne fanno le corna e gli uomini si toccano i gioielli perchè nessuno è superstizioso (roba da idioti) ma non si sa mai. E tanto una ravanatina non costa nulla.

Ecco, questa premessa perchè voglio raccontare del fatto di sfiga avvenuto il giorno del mio esame teorico di guida, il primo dicembre 2010.
(se qualcuno commenta il lasso di tempo tra i due esami può considerarsi già deceduto..ho avuto le mie cose daffare occhei?!)

[Racconto con la speranza di esorcizzare la sfiga di quest’altro esame]

Il giorno prima dell’esame vengo a sapere che avrei dovuto farmi trovare dall’altra parte di Ces*no (privacy giusto per…) all’una e un quarto.
E io come ci arrivo? La mia genitrice doveva lavorare, la macchina di mio padre era fuori uso e al tempo mia sorella non aveva nè una macchina nè la voglia (beh quella non ce l’ha neanche ora) per potermi accompagnare.
Dopo aver cercato di vedere se qualche autobus, e non uso il plurale a caso, poteva portarmi almeno nelle vicinanze, mi decido a chiamare l’istruttore che teneva il corso, l’Enrico.
Lo chiamo dicendo “non è che per caso avete un gruppo che parte da qua, che altrimenti non ci so arrivare e poi mi avete avvertito ieri neanche dandomi il tempo per organizzarmi ma solo per imprecare con un camionista slavo?”
E lui “no.” Poi impietosito dalla mia situazione di bambina lasciata a sè stessa aggiunge “però se ti fai trovare qua per mezzogiorno quando mia mamma chiude l’autoscuola ti accompagna lei”
in quel momento un’espressione gioiosa si dipinse sul mio viso e io credetti davvero che le cose sarebbero andate bene e che le persone in realtà sono buone, sorrisi alla vita e mi misi a fare quiz online per le tre ore successive ascoltando per la prima volta, me lo ricordo ancora, l’album Jeremy Messersmith (di cui però mi colpì solo la canzone A girl, a boy and a graveyard).

Dato che mi facevano un favore ad accompagnarmi fin là decisi di porre fine al mio calvario di ansia (si è un po’ il mio problema) e mi recai in autoscuola alle undici e quaratacinque.
Cioè, con ben quindici minuti di anticipo. (uomini in età da marito, segnatevelo).
Quando arrivai immaginate la mia sorpresa e il mio panico nel trovare la cler abbassata e nessuna macchina dell’autoscuola parcheggiata nelle vicinanze.
Vecchiaccia di merda, dove sei? Perchè mi hai fatto questo?
Non sono solo le parole che pensai ma anche che pronunciai a gran voce in quella giornata di neve. Anzi, nemmeno nevicava, veniva giù quel misto di nevischio e acqua che appena la pesti per terra il risultato è un poltiglia orribile alla vista. Quindi con il mio ombrellino color puffo che mi aveva messo di buon umore, mi ritrovai a piangere sul marciapiede.
Giuro, pinagere sul serio. Però quel genere di pianto nervoso, con molti versacci e poche lacrime, tanto che nessuno, nemmeno le vecchine con fare tanto materno, non ha osato avvicinarmi per offrimi un fazzoletto. Uno ha addirittura cambiato lato della strada…mi piace pensare che doveva svoltare o chessò aveva parcheggiato proprio da quel lato.
Cooomunque, tra la sofferenza decido di richiamare l’Enrico per chiedergli dove era la sua mammina e continuare a ripermi che usare dei brutti epiteti per quella vecchina sarebbe stato controproducente. Ovviamente il numero non l’avevo con me nella borsa, ma mi ricordai di averlo lasciato sulla scrivania solo dopo aver ravanato  in quella caverna popolata da pipistrelli sanguinari per 20 minuti buoni.

Decido di chiamare il mio papà che dormiva.  Aveva fatto il turno di notte e l’esperienza mi ha insegnato parlarci da sveglio equivaleva a rischiare la morte, svegliarlo direttamente la consideravo una missione suicida. Ma non avevo altra scelta. Chiamo a casa, squilla 7 volte a vuoto (le ho contate)
Cazzo sei, morto?!
Poi risponde, gli spiego la situazione in due secondi e chiedo umilmente perdòno. Fortunatamente era abbastanza rincoglionito e mi dice che non era un problema e che era felice di aiutare. Ritirate i vostri aww perchè era davvero rincoglionito, quando gli ho detto che il numero era in camera mia lui mi ha risposto “Quale?” e già lì…mi ci è voluta una settimana per condurlo al lato giusto della scrivania ma infine l’ha trovato e ha iniziato a dettarmelo.

Ovviamente io dentro il mio vortice di buco nero non avevo carta e penna e quindi mi ritrovai accovacciata sul marciapiede a scrivere sulla neve. Nel togliere la mia manina dal guanto (non potevo rovinare i guanti, non erano miei e non conoscete mia sorella) ho seriamente temuto di poter perdere il dito. Era l’indice destro, per giunta!
Riesco a chiamare l’Enrico e lui risponde come se gli avessi detto “guarda che alla fine non c’ha messo il limone nell’insalata” lui risponde “Si sarà dimenticata!” Cioè cosa?!?! Io ti sto chiamando in lacrime e tu tagli corto così?!
Mi liquida con “ti faccio arrivare qualcuno” e mi attacca il telefono senza salutare neanche fossimo in America.
Dopo 14 minuti al freddo e al gelo arriva questa macchina di scuola guida dove un certo Renato insegnava ad un certo Alessandro che per cambiare marcia bisogna tenere schiacciata la frizione. Ah be, andiamo bene.
Il renatone era pure un inguaribile buontempone (l’avrei strangolato) che una volta saputo che faccio la ragioneria mi ha chiesto “sai cos’è il TAEG?”
Invece di rispondergli “certo che lo so, idiota, è il tasso annuo effettivo globlale! L’ho studiato eh, non come te che forse lo sai da un quiz di Amadeus” mi uscì un “non lo so” confusionario. Quello ha mormorato qualcosa simile a “inizia a passare questo esame e poi per la maturità impegniati eh?!” e lì ho seriamente voluto concretizzare la paura di tutti della gente sul sedile posteriore che potrebbe strangolarti in qualunque momento e con qualunque mezzo di fortuna.

Fatto sta che sono arrivata destinazione e da lì le cose sono andate, tanto che mi hanno promossa, e lo so, io lo so anche se non me l’hanno detto, con zero errori.

Ho ricontrollato sul libro quelle sparate a caso, ecco come lo so.

Sono da poco tornata in palestra al mio solito orario (dopo averlo cambiato per far spazio alle guide) e ad attendermi c’era una mia vecchia conoscenza, che per comodità chiameremo Fabbio (non che sia il suo vero nome, è Fabio)

Descrizione di Fabbio
I suoi muscoli fanno scoppiare le sue canottierine sottili sottili alla ryan atwood ma di tre taglie più piccole. Capelli da principe azzurro di shrek che non si scompigliano MAI. MAI.
No, sul serio, mai mai mai.
IO non faccio in tempo a mettere piede fuori dallo spogliatoio che sembrò già un distrastro ma vabbè.
Usa parole come carissima, gioia, “sei divina” e bel maschione.
Qualche volta per accentuare un concetto lo canticchia in falsetto.
[Descrizione con l’intento di farvi capire meglio cosa è avvenuto dopo e perchè ho detto quello che ho detto.]

Fabbio pare riconoscermi subito e dice che pensava che avessi interrotto il mio allenamento, e invece no! gli ho detto io, contento?

Lui mi fa fare una giravolta come nei peggio reality show del brutto anatroccolo prima e dopo e compiaciuto (di se stesso mica di me) dice che sto migliorando la mia silhouette eccetera e anche se siamo ancora parecchio lontani dal risultato prefissato è davvero contento di me.

Poi in un momento di ilarità esclama:
“quasi quasi mi ti ci farei” [sta volta non sto parafrasando, la frase è parola per parola questa]
Fattami prendere a mia volta dallo stesso momento di ilarità gioviale rispondo di botto:
“Se non fossi gay!”
Mi guarda storto
“Non sono gay” dice con un misto di odio e disprezzo
Per salvarmi il culo (ancora da silhouttare bene, però) dico ridendo
“Ma no! Se IO non fossi gay!
La sua espressione si rilassa e con lo sguardo di chi la sa lunga dice
Ma allora a te…” indicando con scatti di testa la sala aerobica piena di donne saltellanti alla sua destra e muovendo la mano a umma a umma.
Eh già…almeno il più delle volte….”

Prendo di corsa il mio libro e l’asciugamano e corro fuori dalla sala attrezzi.
Appena sono fuori portata di sguardo non posso fare a meno che ridere come un’idiota. Mentre cammino per il corridoio diretta verso gli spogliatoi penso a questa cosa (non che non ci abbia mai pensato prima d’ora, comunque)…quanto gli ho mentito? È stato giusto?
Per non sentirmi proprio merda merda decido di dare un’occhiata alle altre donne nello spogliatoio. Così per verificare.

Se non fossi incappata nella serata
“step per la terza età”
ora vi saprei dire meglio.

Perle